Dopo tre giorni consecutivi passati prevalentemente in pigiama ad infilare e sfilare il maglione mentre fuori il tempo schizofrenico passava dalla modalità estiva a quella invernale nell’arco di poche ore, non ci sarebbe da stupirsi se avessi poco niente da condividere, e invece a forza di leggere blog altrui in cui persone stimabili esprimono opinioni rassicuranti su certi aspetti della vita, mi sono ritrovata a scrivere post lunghissimi ed elaborati mentre ero nel mio lettuccio, al buio, senza nessuna voglia di riaccendere la luce per reperire carta e penna.
Ora che mi sono messa davanti al portatile, pure con la musichetta scaccia-pensieri e allontana-rumori di sottofondo, non riesco a ritrovare il filo del discorso. Potrei arrendermi e lasciar perdere, ma di là mi aspetta un armadio da riordinare e pile caotiche di vestiti da sistemare prima di donarli ad un centro di raccolta. Ovviamente, scelgo di impegnarmi ad oliare i meccanismi della mia testolina arruffata e deframmentare almeno un po’ l’archivio dei pensieri.

Mi sento come quando durante una splendente giornata di sole il cielo è continuamente attraversato da tante nuvole e sembra che qualcuno accenda e spenga un enorme interruttore: ora fa chiaro, un istante dopo è buio, e poi di nuovo c’è tanta luce ed ecco che passa l’ennesima nuvola ad oscurare il sole.
Ho la sensazione di sedermi e rialzarmi di continuo, come quando ci si ricorda all’ultimo momento di aver lasciato il pentolino del latte sul fuoco, o i panni umidi da stendere in lavatrice, o la finestra aperta mentre inizia a piovere forte. C’è sempre un’incombenza, ancora una cosetta da finire, o iniziare, o sistemare.
Sulla scia di questi pensieri, negli ultimi tre giorni non ho praticamente fatto altro che leggere, e più leggevo più saliva la voglia di mettermi a scrivere e non darla vinta al critico interiore che insisteva a bacchettare il sacro zelo sottolineando quanto gli altri fossero di gran lunga migliori e più qualificati per scrivere degli stessi argomenti di cui volevo scrivere io. Alla fine ho deciso che questo critico interiore è proprio una pignainc**o e che se anche riempissi questo blog di vaneggiamenti e sproloqui quotidiani non farei mica del male a nessuno. Leggerli non è obbligatorio, chi lo fa è per sua scelta. Giusto? (Grazie, a proposito!)

E dopo il prologo più lungo di ogni spazio e tempo, posso comodamente esprimere quello che avrei potuto iniziare a scrivere quattro paragrafi fa.

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Ok, qua partiva un pippone di cui, francamente, ho realizzato a metà corsa che me ne fregava poco più di niente, quindi -delete delete- e ricomincio da capo.

A forza di leggere dei suddetti blogger mi dev’essere presa una crisi, non proprio il classico blocco dello scrittore, no, ma solo perché per averlo dovresti prima considerartici, scrittore. Io sono solo una che a volte se non scrive sta male. Siccome, appunto, prima non sapevo più come andare avanti e mi sono resa conto che stavo solo scimmiottando altre cose scritte da altra gente, ho deciso di fare una pausa. Ho stoppato la musichina-nenia, ho varcato titubante la soglia della cucina senza apparente motivo e così, nel dubbio, ho pensato che sgranocchiare una discreta quantità di gallette al mais sarebbe stata una degna occupazione per i successivi dieci minuti. Mi sono sbracata sulla seggiola, gambe sul tavolo, e ho pensato a quante persone mi abbiano spesso guardato con malcelato disgusto confessando infine “ma come fa a piacerti quella roba che sembra polistirolo e ti si attacca tutta sul palato?”
Le gallette di mais sono buone, ma dipende da come le mangi: da sole allappano parecchio, vero, ma mangiare gallette di mais senza spalmarci sopra qualcosa di buonerrimo è come bere la salsa di pomodoro invece che intingerci dentro un buon crostino per fare scarpetta. O sarà che il mio palato è diverso, come la banca di qualcuno.

Mentre mi nutrivo senza causare danni al mio efficientissimo palato, ho pensato che la cucina è molto luminosa: c’è un tavolo abbastanza spazioso davanti alla finestra e ci potrei stare comoda comoda con il mio portatile, a scrivere concetti elaboratissimi tra il tostapane e i vasetti di marmellata. Che idea meravigliosa, come ho fatto a non averla prima!
Traboccante entusiasmo, mi sono messa a sistemare cianfrusaglie, pentolame e ninnolerie varie e in men che non si dica ho potuto ammirare soddisfatta un’ancor più ampia superficie libera per i miei sfoghi scribacchini, tanto più che con questa soluzione sarà sicuramente più facile spignattare evitando di bruciare il pranzo.

Cosa esattamente scriverò dalla mia nuova postazione ancora non mi è chiaro, ma intanto sono riuscita a sfornare questo post di quasi 800 parole senza aver detto praticamente niente, e mi sento meglio. ^_^

In The Garden of Thoughts, Dodinsky
La mia pagina preferita dal libro In The Garden of Thoughts di Dodinsky © leeliah99.altervista.org

Cosa è successo prima:
Passeggiata panoramica nel Parco di San Giovanni, Trieste © leeliah99.altervista.org

Sali le scale, scendi le scale

Cosa è successo dopo:
Roseto del Parco di San Giovanni a Trieste © leeliah99.altervista.org

Il roseto del Parco di San Giovanni vince un premio internazionale

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