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Addio ai meandri della biblioteca (ma non ai libri)

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È successo. Da lunedì non posso più rispondere bibliotecaria a chi mi chiede che lavoro faccio.
Mi stavo tormentando da anni, qualcuno l’aveva già intuito leggendo certi miei post soprattutto dal 2014 in poi, che lì non stavo più bene. Non è stato facile nemmeno ammetterlo a me stessa all’inizio, ma i segnali si facevano sempre più evidenti, man mano che il tempo passava. Ho iniziato a capire che mi stavo rovinando la salute, fisica e mentale, a rimanere ferma là.

La paura del cambiamento ha vinto per ben quattro anni: quattro anni in cui le ho provate tutte per capire cos’era successo dentro di me, perché il lavoro che sognavo fin da bambina si era trasformato in un incubo, nonostante esteriormente poco fosse cambiato. Non stavo subendo mobbing, continuavo a percepire puntualmente lo stipendio (seppur basso e sproporzionato per noi soci della cooperativa rispetto al personale dipendente dell’Università), la biblioteca era pur sempre la “mia” biblioteca -quella che avevo visto sorgere e che avevo contribuito a rendere accogliente e funzionale durante l’anno di servizio civile- e il contatto con il pubblico e con i libri era quello che mi appassionava di più.

Foto di Thomas Kelley

Che c’era che non andava allora? Perché  mi veniva sempre da vomitare ogni volta che si avvicinava l’ora di uscire di casa per andare al lavoro, al punto da dover tenere in borsa le pastiglie anti nausea e in mano un sacchetto di plastica durante la mezz’ora di tragitto in autobus? Perché mi prendevano dei crampi spaventosi alla pancia durante il turno e spesso non c’era nessuno a potermi sostituire e quindi mi toccava rimanere a patire dietro al bancone mentre continuavo a registrare prestiti o rientri o proroghe o tesserare matricole o spiegare come funziona il catalogo online mentre avrei voluto solo bermi una camomilla bollente e ficcarmi a letto? Perché facevo spessissimo incubi ambientati nel luogo che era stato il mio sogno per tanto, tanto tempo?
Non lo capivo, e quindi non riuscivo a darmi pace. Stringevo i denti e andavo avanti, a testa bassa, sopportando e sentendomi sempre più anormale ed ingrata perché pensa chi un lavoro neanche ce l’ha.
Ho pensato fossi semplicemente stanca, perché nel frattempo stavo affrontando dolorosi problemi famigliari, così ho iniziato a chiedere una prima riduzione di orario: magari uscire di casa alle 8.00 e rientrare alle 20.00 era troppo faticoso per me in quel momento. I datori di lavoro sono stati disponibili a venire incontro alle mie problematiche di salute: sono una persona con tanti difetti, ma se ho un pregio è quello di essere onesta, e sono sempre stata molto chiara e trasparente sul perché non ero più in grado di svolgere quell’orario.
Solo che non bastava, la situazione non era migliorata, quindi sono stata costretta a chiedere un’ulteriore riduzione, dovendo far fronte però -di conseguenza- ad una drastica riduzione anche nella busta paga. Continuavo a pensare è temporaneo, appena mi riprendo tornerò ai miei turni di prima, ci vuole solo un po’ di tempo e di pazienza, vedrai.

Foto di Suzy Hazelwood

Invece no.
Il passo successivo è stato andare in terapia: la ragione principale non era tanto il lavoro in sé, ma un crollo psicofisico che mi stava terrorizzando. Avevo di nuovo attacchi di panico, non riuscivo nemmeno ad uscire da sola, la situazione a casa era difficilissima e io invece di reggere il colpo come avevo già fatto in passato ero crollata.
Il semplice raggiungere il luogo di lavoro era impensabile: non ero in grado di arrivare al supermercato sotto casa, figuriamoci farmi un’ora di autobus con le gambe che cedevano, la testa vuota, la vista offuscata, un senso di malessere generale costante e l’onnipresente nausea.
L’unica soluzione che sono riuscita ad escogitare in quel frangente è stata chiedere un periodo di aspettativa non retribuita, e di nuovo ho trovato piena disponibilità da parte della cooperativa.

Le cose hanno iniziato ad aggiustarsi, andava un pochino meglio, potevo mettere di nuovo il naso fuori di casa senza dover buttare giù uno Xanax, affrontare un tragitto sull’autobus non era più un ostacolo insormontabile. Ho pensato che mi stessi riappropriando della mia vita, non era la prima volta che mi rompevo e mi ritrovavo a dover rimettere insieme i pezzi. Però c’era ancora quel sottofondo, quel malessere anomalo per cui avevo consultato tanti medici, fatto innumerevoli test ed esami e per cui avevo ricevuto almeno una decina di diagnosi diverse: chi diceva malassorbimento intestinale, chi intolleranze alimentari, chi ipotizzava un problema di stanchezza surrenale, chi tirava fuori malattie ancora poco conosciute e capite come endometriosi e fibromialgia, chi mi spediva senza troppi complimenti a fare tutte le -scopie esistenti, chi molto più frettolosamente tirava fuori la parolina magica. Quando non sanno perché diamine hai i sintomi che descrivi ti dicono una cosa sola: è ANSIA!
E certo, sfido io che c’ho l’ansia: tu non ce l’avresti se un giorno all’improvviso ti senti malissimo, finisci al Pronto Soccorso e da quel momento non riesci più a fidarti del tuo corpo perché continua quasi quotidianamente a tradirti? E dopo quattro anni così, altro che ansia!

Sarah Andersen

Non ero però ancora pronta a mollare, nonostante fossi più a casa in malattia che sul lavoro. Passavano i giorni e le settimane e i mesi, sempre con le stesse difficoltà, gli stessi problemi di salute, le stesse crisi esistenziali, gli stessi incubi. A ridosso della fine del periodo di aspettativa ho deciso di prolungarlo perché continuavo a ripetermi che mi serviva altro tempo, per capire, per concentrarmi sul recupero della mia salute, per riposarmi e tenere quanto più possibile lontana qualsiasi fonte di stress.
Poi ho provato a tornare: un giorno soltanto e mi sono dovuta rimettere in malattia perché mi sono ritrovata all’istante di nuovo sul ciglio di quel baratro terribile.
Ho provato a cambiare strategia per l’ennesima volta, lasciando definitivamente l’altra biblioteca, dove lavoravo ancora più malvolentieri perché era un posto orribile, malsano, senza luce e pericolante. Mi sono fatta dare turni esclusivamente nella “mia” biblioteca, quella degli inizi, quella di cui ero innamorata, quella che mi aveva permesso di realizzare il sogno di bimba che voleva diventare bibliotecaria. Mi sono ritrovata non più da sola a dover gestire una biblioteca ormai allargata su tre piani, ma di nuovo con un collega o una collega, a seconda dei giorni. L’orario si era ridotto talmente tanto da essere ridicolo: da 9 ore al giorno ero finita con 9 ore alla settimana. Anche in quel caso l’idea era questa: prendo tempo, risolvo le questioni legate alla salute dispersa e poi si riparte.

L’idea magari era anche buona, ma quel fenomeno chiamato somatizzazione non aveva finito di dire la sua.
Non ho mai pensato che i problemi di salute fossero interamente legati alla situazione lavorativa, ma era evidente che la situazione lavorativa fosse profondamente interconnessa al protrarsi dei miei problemi di salute.

Foto di Sanwal Deen

Com’è finita? Che non riuscendo a decidere né di testa, né di cuore, né di pancia, c’ha pensato il piede a farmi fare il passo che continuavo a non voler considerare. Sono precipitata da una scala, ho riportato vari danni leggeri più una frattura al calcagno.
Che ne sapevo allora che otto mesi dopo sarei stata ancora zoppicante? Non lo potevo neanche lontanamente immaginare: mi sono limitata a sopportare un mese di gesso e successivamente a veder rinnovato ogni quattro settimane il periodo di malattia perché non ero in grado di camminare.

Ora, dopo avervi ammorbato con le mie vicissitudini, sorvolerò sui dettagli tecnici e logistici perché riguardano questioni che non mi sento di condividere pubblicamente, visto che coinvolgono terze persone.
Riassumendo: avevo accumulato quasi un anno consecutivo di malattia, finito di percepire l’indennità dall’INPS che smette di pagare dopo 180 giorni e soprattutto perso ogni speranza di riappacificarmi con il mio ruolo in quell’ambito lavorativo.
La situazione si era inasprita su più fronti, ho coinvolto un sindacato che mi ha assistita e tutelata durante un mese piuttosto travagliato a livello emotivo e burocratico, ho capito e valutato quali fossero le poche opzioni disponibili e mi sono fatta consigliare su quale fosse quella maggiormente conveniente, più dal punto di vista psicologico che finanziario, a dire il vero.
Dopo svariate trattative, decine di telefonate e mille scartoffie, ho messo la firma sul documento che sanciva ufficialmente la fine di un’avventura iniziata più di un decennio fa.
Non so se è un lieto fine, perché più che una fine vedo un inizio. Spaventoso, sicuramente, ma che mi auguro col tempo mi vedrà più serena.

Tornerò, un domani, in quella biblioteca, la “mia” biblioteca: per stare dall’altra parte del bancone, in veste di utente. I libri resteranno una mia grande passione, così come le biblioteche.
Solo che quello non era più il mio posto.

Foto di Mario Klassen

10 commenti

  1. Non sono mai scelte facili queste, se c’era sofferenza secondo me hai fatto solo che bene. L’ignoto può essere spaventoso ma fa più danni la rassegnazione. Ti auguro di tutto cuore un po’ di serenità prima di tutto!! heart

    • La serenità è un concetto ancora sconosciuto a cui spero di avvicinarmi un po’. Credo sia proprio vero, la rassegnazione alla sofferenza non porta a nulla di buono.
      Grazie Bea!

  2. Ti capisco e mi rivedo in quello che scrivi. Credo di essere in una situazione simile. Faccio il lavoro che ho sempre sognato, fin da ragazzina, la forestale, ma ormai da quattro anni so che non va più bene per me. Nausea, giramenti di testa, malessere generico, spossatezza e molti altri sintomi si risvegliano ogni giorno quando è ora di lavorare. Ho apportato cambiamenti importanti nella mia vita e nel mio lavoro, tutto per poter migliorare la situazione, ma per quanto possa ridurre l’orario di lavoro e il posto da dove lavorare i sintomi sono sempre lì. Ormai per me si tratta di resistere ancora qualche mese, spero di riuscirci senza peggiorare la situazione e poi anche io metterò una firma e mi licenzierò…finalmente!
    Ti auguro tutto il meglio!

    • Ciao e grazie per avermi scritto. Mi dispiace che tu sia in grado di capire fin troppo bene cos’ho passato e ti auguro di trovare la soluzione migliore per te, per la tua salute.
      Se posso darti un consiglio, valuta molto bene tutte le possibilità, informati su leggi e relativi cavilli o magari rivolgiti ad un sindacato o ad un consulente del lavoro, in modo da essere sicura che tutti i tuoi diritti vengano rispettati e ti sia corrisposto tutto il dovuto. Meglio una precauzione in più.
      Spero andrà tutto benissimo!

  3. Che dire, ti capisco benissimo!
    Nel mio caso il lavoro non è nemmeno quello dei sogni, quindi a maggior ragione sono felice di aver messo almeno mezzo piede (pian e ben, no?) fuori dal luogo che negli anni mi ha provocato così tanta frustrazione e malessere.
    Sai, a volte il corpo ci parla così delle nostre emozioni sotterranee, quelle che non cogliamo a fondo nemmeno noi… ti auguro con tutto il cuore che questo cambiamento ti porti tanta positività e schiuda tutto il tuo potenziale nel migliore dei modi!
    Un grande abbraccio

    • Un primo passo l’hai fatto anche tu, è assurdo che si arrivi a star così male. Molti mi hanno detto che sono stata coraggiosa, qualcuno incosciente. Nessuno è stato nella mia pelle durante questi ultimi quattro anni però, quindi l’unica in grado di dire se era la decisione giusta o meno sono io. Mi ci è voluto un bel po’ di tempo per levarmi di dosso sensi di colpa e proiezioni di aspettative altrui. Non so cosa succederà adesso, ma in quel modo non potevo andar avanti.
      Se ti viene qualche idea per metterci in proprio sai dove trovarmi (e idem da parte mia) wink

  4. Pensare che il lavoro in biblioteca ( lavoro dei miei sogni ) possa far star male qualcuno mi stupisce tantissimo.
    Ma non essendoci mai arrivata in realtà sono ferma alla versione ideale che me ne sono creata.
    Io sono la classica persona che non prende mai decisioni troppo azzardate e credo davvero tu abbia avuto un gran coraggio.
    Questo coraggio va assolutamente premiato e spero davvero che finalmente tu possa raggiungere la tranquillità e la serenità che ti meriti.
    Un abbraccio grande !

    • Quel lavoro da sogno l’ho vissuto in prima persona per un decennio, poi si è trasformato in un incubo e onestamente non saprei ancora spiegare bene i motivi.
      C’ho messo quattro anni a prendere questa decisione, sono stata lentissima proprio perché mi spaventava la possibilità di fare una scelta troppo azzardata. Alla fine erano rimaste ben poche opzioni e quindi più che coraggio lo definisco spirito di sopravvivenza wink
      Spero di aver aperto un varco per questa tanto agognata serenità.
      A presto Simo!

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Ally Leeliah

Scrivo della mia città, dei libri che leggo, dei film il cui finale mi delude, di blog e di piante, del mio parco preferito dove vado a passeggiare e fotografare o schiarirmi le idee, delle mie tribolazioni. Benvenuti!

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