Strade trafficate, negozi, passanti, sguardi che s’incrociano per un istante, fermate e ripartenze, un’ultima curva e poi finalmente il mare.
Frenate, semafori, sospensioni.
Lo stesso tragitto da tredici anni, lo stesso sorriso quando si costeggiano le rive, il momento in cui ci si volta per guardare la piazza e poi il molo. I palazzi, le finestre, le persone che salgono e scendono, che litigano, che giocano col cellulare, che ridono e parlano al telefono.
Tredici anni e ancora la voglia di guardarsi attorno, di cogliere nuovi dettagli, piccole differenze, indovinare prima di vederlo le tonalità di blu del mare, le navi da crociera in lontananza, le barchette a vela che seguono i movimenti delle onde, se c’è bora si contano gli spruzzi d’acqua sulle pietre del molo.

La mia fermata, scendo, non so perché inizio a contare i passi: stessa strada per tredici anni e non ho mai pensato di contare i passi, e perché avrei dovuto? Oggi però lo faccio, tanto chi se ne accorgerà mai, basta rimaner concentrati, un passo dietro l’altro, uno – due- tre, ormai il percorso lo so a memoria.
I binari della vecchia stazione con i vecchi vagoni dei treni abbandonati, l’acquario, il museo dedicato al mare, qui una volta c’era un pub frequentatissimo, l’ex-sede del quotidiano locale, la rotonda, la casa con vista sulla Sacchetta, la Stazione Rogers, il baretto dove ti fanno aspettare 3/4 d’ora per un panino ma ne vale la pena anche se la tua pausa pranzo è di un’ora e devi correre con l’ultimo boccone ancora in bocca, le palme nelle aiuole stile Campo Marzio Beach, ricordi che s’intersecano e si rincorrono e tu un po’ gli vai dietro un po’ no, sennò perdi il conto.

Sacchetta, Trieste © leeliah99.altervista.org

Trecentoquarantacinque – trecentoquarantasei… ciao ciao, saluta tutti quelli che incroci e ti conoscono di vista dall’università, compiaciti perché le piante infestanti hanno di nuovo coperto la porticina abbandonata al lato della strada, guarda in alto verso la casa che spunta dalla via defilata a sinistra con quei terrazzini in ferro battuto che ti piacciono tanto, voltati in tempo per curiosare dietro la finestra rotonda tipo casa hobbit dove c’è sempre qualcuno che sembra spiare i passanti, non ti distrarre che ormai manca poco, quattrocentosessantadue – quattrocentosessantatré… .
Quando c’è bora qui soffia sempre fortissima, s’incanala e crea un vortice, ti sospinge con violenza indietro, fai fatica a non perdere l’equilibrio e non sbandare, quasi ti manca il fiato e infili il naso nella sciarpa o nel colletto della giacca, arranchi, sbuffi e la camminata si fa più lenta.
Guardi il muro in fondo che separa quella strada dall’altra parallela dietro e pensi al famigerato passaggio che dovevano ricavarne e di cui non s’è mai fatto niente, tanto la gente si rassegna a fare il giro, ormai neanche protesta più nessuno. Basterebbe aprire un piccolo varco e si risparmierebbero dieci minuti di strada. Dieci minuti quanti passi saranno? Magari si riuscirebbe persino a deglutire l’ultimo boccone del panino prima di sedersi di nuovo dietro alla scrivania, pensa che lusso!

Sono davanti al gigantesco portone di legno spalancato, conto l’ultimo passo: cinquecentotrenta, cifra tonda, neanche a farlo apposta.
Tredici anni di cinquecentotrenta passi quasi ogni giorno: su altre strade ci si fa il giro del mondo.

Stazione a Campo Marzio, Trieste © leeliah99.altervista.org

Cosa è successo prima:
Eataly a Trieste © leeliah99.altervista.org

Caffè con vista mare da Eataly a Trieste

Cosa è successo dopo:
Primavera 2016 al Parco di San Giovanni a Trieste © leeliah99.altervista.org

Si scateni la primavera!

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