Quasi per caso mi era capitato di leggere un riferimento a Il Deserto dei Tartari di Dino Buzzati in un forum e mi ero portata dietro la curiosità di leggerlo per settimane, senza riuscire né a trovarlo tra gli scaffali della mia libreria personale (galeotto fu il secondo trasloco) né a reperirlo in biblioteca.
Succede poi che ci si organizzi per un Gruppo di Lettura tra noi “biblioprecari” di vecchia data e che la mia proposta di leggere proprio questo libro in vista del nostro primo incontro venga accolta. Così mi capita tra le mani questo volumetto che consiglio davvero di leggere a chi non l’avesse ancora fatto: se siete in fase di cambiamenti nella vostra vita o quantomeno sentite che è arrivato il momento di porre fine alla stasi, questa lettura vi metterà addosso un’angoscia tale che uscirete dall’apatia, ve l’assicuro!
Mi sono identificata fin troppo -e sicuramente più del voluto- nel protagonista Giovanni Drogo, che sceglie di consumare gli anni della sua vita all’interno della Fortezza nell’interminabile attesa di vedere accadere qualcosa che renda degna di essere vissuta la sua esistenza.

Vide di lontano la propria casa. Identificò la finestra della sua stanza. Probabilmente i vetri erano aperti, le donne stavano mettendo in ordine. Avrebbero disfatto il letto, chiuso in un armadio gli oggetti, poi sprangato le persiane. Per mesi e mesi nessuno ci sarebbe entrato, tranne la paziente polvere e nei giorni di sole tenui strisce di luce. Eccolo rinserrato nel buio, il piccolo mondo della sua fanciullezza. La madre l’avrebbe conservato così affinché lui tornando ci si ritrovasse ancora, perché lui potesse là dentro rimanere ragazzo, anche dopo la lunga assenza; oh, certo lei si illudeva di poter conservare intatta una felicità per sempre scomparsa, di trattenere la fuga del tempo, che riaprendo le porte e le finestre al ritorno del figlio le cose sarebbero tornate come prima.

E intanto, proprio quella notte – oh, se l’avesse saputo, forse non avrebbe avuto voglia di dormire – proprio quella notte cominciava per lui l’irreparabile fuga del tempo.
Fino allora egli era avanzato per la spensierata età della prima giovinezza, una strada che da bambini sembra infinita, dove gli anni scorrono lenti e con passo lieve, così che nessuno nota la loro partenza. Si cammina placidamente, guardandosi con curiosità attorno, non c’è proprio bisogno di affrettarsi, nessuno preme di dietro e nessuno ci aspetta, anche i compagni procedono senza pensieri, fermandosi spesso a scherzare. Dalle case, sulle porte, la gente grande saluta benigna, e fa cenno indicando l’orizzonte con sorrisi di intesa; così il cuore comincia a battere per eroici e teneri desideri, si assapora la vigilia delle cose meravigliose che si attendono più avanti; ancora non si vedono, no, ma è certo, assolutamente certo che un giorno ci arriveremo.
Ancora molto? No, basta attraversare quel fiume laggiù in fondo, oltrepassare quelle verdi colline. O non si è per caso già arrivati? Non sono forse questi alberi, questi prati, questa bianca casa quello che cercavamo? Per qualche istante si ha l’impressione di sì e ci si vorrebbe fermare. Poi si sente dire che il meglio è più avanti e si riprende senza affanno la strada.
Così si continua il cammino in una attesa fiduciosa e le giornate sono lunghe e tranquille, il sole risplende alto nel cielo e sembra non abbia mai voglia di calare al tramonto.
Ma a un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno. Allora si sente che qualche cosa è cambiato, il sole non sembra più immobile ma si sposta rapidamente, ahimé, non si fa in tempo a fissarlo che già precipita verso il confine dell’orizzonte, ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono accavallandosi l’una sull’altra, tanto è il loro affanno; si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà pur finire. Chiudono a un certo punto alle nostre spalle un pesante cancello, lo rinserrano con velocità fulminea e non si fa tempo a tornare. Ma Giovanni Drogo in quel momento dormiva ignaro e sorrideva nel sonno come fanno i bambini.
Passeranno dei giorni prima che Drogo capisca ciò che è successo. Sarà allora come un risveglio. Si guarderà attorno incredulo; poi sentirà un trepestio di passi sopraggiungenti alle spalle, vedrà la gente, risvegliatasi prima di lui, che corre affannosa e lo sorpassa per arrivare in anticipo. Sentirà il battito del tempo scandire avidamente la vita. Non più alle finestre si affacceranno ridenti figure, ma volti immobili e indifferenti. E se lui domanderà quanta strada rimane, loro faranno sì ancora cenno all’orizzonte, ma senza alcuna bontà e letizia. Intanto i compagni si perderanno di vista, qualcuno rimane indietro sfinito, un altro è fuggito innanzi, oramai non è più che un minuscolo punto all’orizzonte.
Dietro quel fiume – dirà la gente – ancora dieci chilometri e sarai arrivato. Invece non è mai finita, le giornate si fanno sempre più brevi, i compagni di viaggio più radi, alle finestre stanno apatiche figure pallide che scuotono il capo.
Fino a che Drogo rimarrà completamente solo e all’orizzonte ecco la striscia di uno smisurato mare immobile, colore di piombo. Oramai sarà stanco, le case lungo la via avranno quasi tutte le finestre chiuse e le rare persone visibili gli risponderanno con un gesto sconsolato: il buono era indietro, molto indietro e lui ci è passato davanti senza sapere. Oh, è troppo tardi ormai per ritornare, dietro a lui si amplia il rombo della moltitudine che lo segue, sospinta dalla stessa illusione, ma ancora invisibile sulla bianca strada deserta.
Giovanni Drogo adesso dorme nell’interno della terza ridotta. Egli sogna e sorride. Per le ultime volte vengono a lui nella notte le dolci immagini di un mondo completamente felice. Guai se potesse vedere se stesso, come sarà un giorno, là dove la strada finisce, fermo sulla riva del mare di piombo, sotto un cielo grigio e uniforme, e intorno né una casa né un uomo né un albero, neanche un filo d’erba, tutto così da immemorabile tempo.

Al monotono ritmo del servizio, quattro mesi erano bastati per invischiarlo. […] Tutte queste cose erano oramai diventate sue e lasciarle gli avrebbe causato pena. Drogo però non lo sapeva, non sospettava che la partenza gli sarebbe costata fatica né che la vita della Fortezza inghiottisse i giorni uno dopo l’altro, tutti simili, con velocità vertiginosa. Ieri e l’altro ieri erano eguali, egli non avrebbe più saputo distinguerli; un fatto di tre giorni prima o di venti finiva per sembrargli ugualmente lontano. Così si svolgeva alla sua insaputa la fuga del tempo.

A poco a poco la fiducia si affievoliva. Difficile è credere in una cosa quando si è soli,  e non se ne può parlare con alcuno. Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangano sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.

Il Deserto dei Tartari
© Iñaki
Cosa è successo prima:
hugo cabret

Stride

Cosa è successo dopo:
bunny & carrot

Per il coniglietto che è in voi

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5 Commenti

  1. Mi piace tantissimo questo libro! L’ho letto da adolescente (pare strano dirlo) quando tutto mi annoiava da morire e me ne stavo in casa senza niente di interessante da fare. Pensavo fosse un libro noioso invece è stato una rivelazione, intenso e carico di vita, sebbene non succeda mai niente in quella fortezza.

    • Anch’io ne sono rimasta molto coinvolta.
      Sei andata a vedere “Un giorno questo dolore ti sarà utile”? Io non ancora, ma ne ho sentito parlare bene anche se solo da persone che non hanno letto prima il libro… vedremo.

    • il film non l’ho ancora visto, ti farò sapere ;)

      ps. bellissima e decisamente appropriata l’immagine di questo post.

  2. Così come Drogo ognuno che attende continuerà ad aspettare… Lo stesso Buzzati aspettò dalla sua finestra. Ognuno è come è, e per quanto la storia di Drogo fosse iniziata con la ferma intenzione di essere un monito alla attesa non costruttiva, viene fuori un inno alla volontà di continuare ad essere quello che si è. Provare a vederlo da quest’ottica può far prendere una direzione diversa all’analisi del romanzo, al fine di osservare se il giovane Drogo così educato e così cresciuto,sarebbe stato realmente in grado di condurre una vita diversa da quella che inconsciamente prima e, malgrado tutto volontariamente poi, gli era stata assegnata.
    Grazie comunque per avermi rinfrescato il ricordo poiché in una serie di susseguirsi di eventi fui portato a leggere questo libro, trovato in realtà con facilità in una libreria locale, speranzoso del fatto che le promesse vicende del giovane militare avrebbero esaltato la voglia di guardare oltre. ma è scritto cos’ bene che anziché aprirti la porta della fortezza ti siedi accanto a Drogo e attendi con lui l’evolversi degli eventi, prigioniero inconscio di quel fantasmagorico Dino Buzzati.

    • Quella che hai esposto tu è una delle considerazioni che abbiamo approfondito nel nostro incontro. Il bello è proprio sentire e confrontare le diverse visioni ed interpretazioni che le persone danno a seconda del loro vissuto e del loro modo di pensare.
      Forse Drogo era in un certo senso predestinato geneticamente a fare le scelte che ha fatto: se fosse rimasto in città senza inseguire sogni di gloria magari avrebbe rimpianto la Fortezza per tutta la vita morendo comunque in solitudine.
      O magari se fosse stato in salute e fosse rimasto a combattere (ma poi venivano davvero per quello i Tartari?) poi si sarebbe trovato ad affrontare il vuoto del “dopo”.
      Questo libro offre moltissimi spunti su cui riflettere anche a seconda del momento in cui lo si legge probabilmente: ora come ora a me ha scatenato la reazione di non rinunciare a vivere preferendo la rassicurante ripetitività della routine.

Tu che ne pensi?